un po’ di storia.

Dire che la Capoeira è semplicemente uno sport o una disciplina è riduttivo. Arte marziale, danza, gioco, musica, folclore, storia, cultura, arte, divertimento… Capoeira è tutto questo ma anche di più.
È manifestazione del bisogno di libertà che appartiene ad ogni essere umano. È forza vitale.
L’origine di quest’arte a è tutt’oggi oggetto di dibattito e non esistono molte fonti scritte che possano avvalorare una tesi piuttosto che un’altra; quel che sì è certo è che la storia della capoeira è strettamente legata a quella degli schiavi portati dall’Africa al Brasile a partire dal XVI secolo per lavorare nelle piantagioni del nuovo continente.

Fallito il tentativo di “addomesticare” le popolazioni indigene, i portoghesi deportano una quantità sterminata di persone dalle colonie Africane da sfruttare in nome dello sviluppo del nuovo continente. Si stima che tra il XV e il XIX secolo siano stati deportati dalla costa africana più di 11 milioni di persone.
Tuttavia, la maggior parte dei documenti legati alla schiavitù africana in Brasile sono stati distrutti e il patrimonio culturale afro-brasiliano è tramandato nei secoli per lo più oralmente, sotto forma di musiche, racconti e leggende.

Arrivati in Brasile dopo un viaggio di diverse settimane in condizioni disumane, gli schiavi vengono venduti ai senhores do engenho, marcati a fuoco e rinchiusi nelle Senzalas. I commercianti di schiavi formano gruppi di schiavi provenienti da tribù diverse, con tradizioni e lingue diverse, così da rendere difficile la comunicazione e con essa ogni possibilità di ribellione. Per coloro che riescono a sopravvivere alla traversata, si apre un futuro fatto di giornate eterne di lavoro nelle piantagioni, dal sorgere al calar del sole.
L’unica cosa che ciascuno porta con sé dalla terra d’origine è la propria cultura e il proprio credo che insieme all’istinto di sopravvivenza, l’astuzia e gli insegnamenti della natura porta gli schiavi africani a sviluppare una forma di lotta e di difesa capace di rispondere alla violenza e la repressione quotidiana.
E poichè i senhores de engenho proibiscono qualsiasi tipo di lotta, dopo giorni di lavoro massacranti gli schiavi si riposano nelle senzalas (più precisamente nei galpões, luoghi che fungono da dormitorio) e complici la danza e la musica che mascherano lo sviluppo di una lotta, la capoeira trova il suo spazio come forma di resistenza fisica e culturale degli schiavi africani in brasile e dei loro discendenti.

Parallelamente alla storia della schiavitù, durante i primi due secoli del periodo coloniale le enormi risorse naturali e dalla terra disponibile fanno gola anche ad altre potenze europee che periodicamente tentano di colonizzare il Brasile. Tra queste, è l’Olanda a creare maggiori problemi al Portogallo, arrivando nella prima metà del 1600 a conquistare temporaneamente Salvador e a stabilirsi per una ventina d’anni nel Nordest.
Dopo alcuni anni di guerra aperta, nel 1661, gli olandesi si ritirano ma è proprio durante le invasioni olandesi che migliaia di schiavi scappano dalle Fazendas approfittando dei disordini e cominciano a dar vita a repubbliche libere, chiamate quilombos dove si rifugiavano gli schiavi che riuscivano a fuggire e scappare ai capitães-do-mato difendendosi usando la capoeira con incredibile destrezza.

Così, per correre ai ripari, i portoghesi iniziano a inviare veri e propri eserciti capitanati dai capitães-do-mato per distruggere i quilombos e catturare gli schiavi, con l’attenzione di prenderne il maggior numero possibile, vivi e sani, così che possano tornare a lavorare.
Nonostante la repressione, la libertà comincia ad essere un sogno più realizzabile e la fama dei capoeiristi comincia a crescere: vestiti in maniera caratteristica, malvisti come vagabondi e criminali,  grazie alle abilità fisiche e all’astuzia i capoeiristi venivano richiesti anche come mercenari. Quando dal 1865 al 1870 il Brasile affronta la guerra contro il Paraguai, i capoeiristi vengono mandati a combattere e, tornati vincitori in patria, regalano alla capoeira una nuova immagine.
Con l’arrivo della Repubblica, nel 1889, il maresciallo Teodoro de Fonseca nomina a capo della sicurezza pubblica Sampaio Ferraz, che decide di iniziare una campagna di abolizione contro la Capoeira: chiunque venga scoperto a praticare questa arte viene condannato ai lavori forzati nell’isola di Trinidade (Fernando di Noronha).

Quando nel 1888 la principessa Isabella abolisce la schiavità emanando la Lei àurea, molti chiavi vengono abbandonati alla loro sorte: dalle campagne alle città, vivendo ai margini della società, la capoeira rappresenta per alcuni un mezzo di sopravvivenza, sia per rubare, sia per improvvisare piccole presentazioni per le quali chiedere in cambio qualche moneta.
Anche i bianchi più poveri cominciano a praticare capoeira, introducendo l’uso dell’arma bianca e dando origine a vere e proprie bande, maltas, di capoeiristi che seminano violenza e panico. Finché, nel 1890, la pratica della capoeiragem diventa reato perseguito dal codice penale. Diffusasi principalmente negli stati di Bahia, Rio de Janeiro e Pernambuco, nonostante sia proibita, la capoeira continua a venire praticata e insegnata di generazione in generazione.

Negli anni’30 le sorti della capoeira cambiano: Getúlio Vargas va al potere e con l’obiettivo di prevenire l’instabilità sociale e di rinforzare l’appoggio popolare comincia a lasciare più spazio a una serie di manifestazioni popolari, permettendo, tre le altre, anche la pratica della Capoeira, benché con qualche limite (somente em recintos fechados e com alvará da polícia). Nel 1937, la capoeira smette di essere proibita e cominciano a rimanerne affascinati anche i rappresentanti delle classi medie e borghesi, le donne e i bambini.

Da strumento di sopravvivenza e di difesa per raggiungere la libertà, a passione e mezzo d’espressione per persone di ogni paese, genere, colore o provenienza sociale; la Capoeira è oggi una delle più nobili rappresentazioni della cultura afro-brasiliana, capace di collegare il passato al presente, spingendo a ritrovare l’energia ancestrale che appartiene a ogni individuo.

“Capoeirista não é aquele que sabe movimentar o corpo, e sim aquele que se deixa movimentar pela alma”.
Mestre Pastinha

“A capoeira é para todos mas nem todos são para capoeira”.
Mestre Bimba